La leggenda della Centuria d’Oro


     

La Sapienza la Forza e la Bellezza

“La leggenda della Centuria” si snoda un  racconto fantastico, da collocarsi nel Regno della Fantasia, cioè in quella dimensione concreta, che permette di fare buoni sogni che incoraggiano a  pensare ad un mondo migliore, da costrursi adesso colla vita di ogni giorno.

Antares è un giovane guerriero, che è stato adottato in fasce da Andrion, un Anziano Sciamano presso gli uomini della Montagna. Una serie di avventure lo porrà , per necessità, davanti a se stesso, mentre una missione affidatagli da un Essere speciale, lo porterà a penetrare in una delle tante dimensioni possibili, attraverso le quali l’Essere eterno si esprime. La dimensione consapevole, nella quale il Giovane conosce la sua vera natura, è quella di Dio Amore. Riceve una particolare investitura, e, come un Fuoco puro, si troverà in mezzo a Giganti, Umanoidi e Uomini,destinato a dare assistenza al mondo degli Uomini, che rischia di essere travolto  dalle forze oscure di Giganti ed Umanoidi. Dopo varie vicende avventurose nel sacro mondo della magia, popolato da Esseri di varia natura, il Guerriero raggiungerà gli obiettivi che la saggezza di Andrion aveva fatto baluginare, come luci vere…ma lontane e non facilmente raggiungibili.

Il Giovane dovrà molto alla nouminosa Adar,  al fedele cane Bardon, ad un misterioso Nomade….

Ci sarà una lotta furibonda per la conquista della Verità, ora perduta, ma nei Tempi veri conosciuta….

Il debito morale con J. Ruel Tolkien è evidente e vivamente sentito, anche se la Storia di Antares si muove su binari decisamente autonomi rispetto alla narrativa del padre degli Hobbit. Un ringraziamento speciale all’opera di Mosè David, Padre del Movimento dei Bambini di Dio negli anni millenovecentosettanta.

LA LEGGENDA DELLA CENTURIA D’ORO

Seguono alcuni capitoli del lavoro.

I Trovatori, illuminati dal chiarore della luna, erano soliti narrare attorno ai grandi fuochi primaverili, una Storia avvincente, accaduta nei giorni dei Tempi immemorabili, quando gli Uomini erano ancora degni di questo Nome e sapevano perché fosse necessario parlare cogli Animali, Piante e Pietre.

Ci fu un Uomo, che possedeva, integralmente, la potenza del Fuoco.

Da quel momento un Bagliore, ricco di speranze, rischiarò la Notte, che ancora vagava, alla deriva senza Nome, come un’imbarcazione, senza Nocchiero.

In mezzo, a tanti altri, si distinse Uno, che poteva tenere, senza alcun rischio, nella sua mano la Favilla scintillante, capace di ricondurre alla Sorgente della vita.

Sembrava uno come tanti; aveva però una luce particolare negli occhi, che lo distingueva dagli altri; un bagliore di Nobiltà, che sembrava non addirsi ad un semplice pastore.

Pascolava il suo gregge su zone di media montagna; lo curava con responsabilità ed affetto.

Più volte aveva lottato contro il lupo e contro l’orso per proteggere le sue bestie.

Il giovane, dal volto fiero e col petto abbronzato dal sole primaverile, era solito cingere i fianchi pronti e le robuste spalle con una pelle d’orso; aveva ucciso la fiera dopo una furibonda lotta, quando un gruppo di quelle belve, spinte dalla fame, erano giunto fin presso il suo ovile.

Ci fu uno scontro furioso, che terminò solo con l’uccisione del capo branco.

La sua abitazione, ricavata nella roccia viva, era formata da alcune grosse caverne, tra loro in comunicazione tramite piccoli cunicoli, tali da permettere il passaggio di una persona alla volta; questi brevi varchi sotterranei potevano essere chiusi, in modo ermetico, sia da robusti battenti di quercia, sia da grosse pietre.

Le grotte erano dotate di una piccola sorgente e d’alcune uscite secondarie, che si perdevano in un dedalo di piccole gallerie sotterranee, scavate nel corso dei secoli da correnti d’acque gelide sommerse.

Si trattava di una vera fortezza imprendibile. In passato v’era stato uno scontro furibondo tra Uomini e Giganti, ma il ricordo di quei fatti si perdeva nei vuoti della Memoria.

I suoi cani erano fedeli e infaticabili, come lo sono quelli da pastore.

Era esperto sia nel tiro con l’arco, che con la fionda; a differenza però dei normali pastori, il padre lo aveva istruito nell’arte di usare la lancia e la spada.

Egli ben presto dimostrò, nell’uso di quelle armi, una destrezza superiore a quella dell’insegnante.

Amava la caccia, ma uccideva solo, o per difendersi o per nutrirsi; non uccideva per il solo gusto di uccidere, come invece facevano molti dei suoi coetanei.

Preferiva catturare le sue prede, che normalmente lasciava libere, dopo avere ricevuto in dono la loro Amicizia.

Prima di lanciare i suoi proiettili, freccia o sasso, la concentrazione era tale che il bersaglio, per quanto lontano potesse essere, era visto vicino a lui con le dimensioni di una gran quercia.

Si sentiva un esploratore, e voleva conoscere le foreste, le vallate e le montagne, che circondavano i suoi luoghi natali; per tale motivo intraprendeva delle vere spedizioni, che, in taluni casi, lo tenevano fuori casa anche per alcune settimane.

Sapeva, di potere lasciare la guida del gregge, nelle mani sicure di due giovani, entrambi liberi e non schiavi.

Essi gli volevano bene per il suo coraggio e per la bontà del carattere.

Se ne prendeva uno con sé, ciò significava, che sarebbe stato fuori per poche giornate.

Avvertiva dentro di se una smania ardente, che come fuoco, dal di dentro, lo spingeva sempre più verso Est, dove le montagne si facevano più impervie e per giungervi occorreva attraversare dei boschi molto fitti e pieni di pericoli.

In quelle montagne, si diceva, v’erano delle bestie straordinarie e, in quei luoghi selvaggi, succedevano cose non meno strane. Molti vi si erano recati, ma i pochi, che erano   tornati, vaneggiavano e, dalle loro labbra, uscivano solo articolazioni senza senso.

Era impressionante vedere giovani Guerrieri tornare a casa – solo perché ricondotti dal fedele cavallo – con la mente completamente sconvolta.

I partiti non erano guerrieri  impressionabili.

Del resto, il coraggio degli Uomini in battaglia, era proverbiale; gli stessi Giganti li temevano.

Sapeva che un giorno sarebbe andato lassù; quel mistero   non sarebbe stato più tale.

Era molto gioviale e di buona compagnia; dalla battuta sempre pronta non era facile annoiarsi con lui.

A volte, però, si chiudeva in un silenzio così profondo, da allontanarsi dagli altri; nessuno ardiva distoglierlo dai suoi pensieri, tanta era l’autorità, che egli emanava in quel momento.

L’espressione dei  suoi occhi sembrava dire: “Voi non sapete ciò che io so e che presto saprò ”.

Era solito levarsi nel cuore della notte, per girare attorno al suo rifugio, per controllare anche i robusti battenti di quercia, che chiudevano l’ingresso di una vasta caverna, nella quale, di notte, riposavano   le pecore.

Assicuratosi, che tutto fosse in ordine, si stendeva ai piedi di una grand’Albero, sempre lo stesso, col quale contemplava le stelle per delle ore.

Era sempre stato attirato dal loro baluginare, e dai disegni armonici, che esse sembravano intessere nella mappa celeste; era quasi come se cercassero preziose indicazioni per trovare la loro Via.

Aveva intuito, fin dalla prima fanciullezza, che tutto ciò che lo circondava possedeva un senso profondo.

“La Natura ha le sue leggi, che vanno capite, rispettate e seguite”.

Amava, in modo spontaneo e luminoso, la Natura di cui sentiva l’abbraccio materno.

I genitori non li aveva mai conosciuti, avendoli perduti mentre era ancora in fasce. Un gruppo di Giganti aveva assalito la Casa paterna, che essendo lontana dal villaggio, era difesa come una piccola roccaforte. Il padre, da solo, aveva resistito eroicamente; gli avversari erano troppi, e – prima di gettarsi sulla sua spada, per non cadere vivo nelle mani di quegli esseri orribili – era riuscito a far prendere il largo ad una piccola barca, sulla quale c’era lui in fasce e la madre.

I Giganti, pieni di rabbia feroce per il suicidio del Guerriero, prontamente si erano gettati a nuoto, per fare prigioniera almeno la donna.

Dall’altra sponda del fiume cominciarono a saettare frecce. I tiri erano precisi; ad ogni dardo scagliato, faceva eco l’urlo di morte di un Gigante.

Questi, pieni di paura di essere massacrati, si dettero ad una precipitosa fuga, mentre nel frattempo la donna faceva toccare alla barca l’altra sponda; era gravemente ferita e poté solo, con occhi imploranti, raccomandare all’Uomo, che cercava di aiutarla, il proprio figlioletto.

La madre d’Antares spirò così, senza una parola, senza un lamento.

L’Uomo era giunto tardi per salvare il padre e la madre del piccolo. Lui era Anziano; si, Andrion era un vecchio Sciamano, ancora solido sulle gambe, robusto come una quercia.

Fu lui a dare una casa al piccolo, che, sotto la sua guida piena d’amore, crebbe felice e spensierato. Fu sempre lui, nella pienezza dei tempi, a fare del ragazzo un ottimo pastore e un valente cacciatore.

Il ragazzo cresceva e quando si accorse, che era giunto il momento opportuno, comunicò al giovane    le tecniche dell’Arte della Guerra, rendendo possibile la sua crescita di Guerriero.

Dallo Sciamano, Antares aveva imparato il rispetto della Vita, perciò non solo proteggeva i suoi animali, ma tutte le bestie in genere, sia appartenessero o no al suo branco.

“Gli animali hanno il loro spirito, Antares, e se tu darai rispetto e protezione, essi ti daranno fiducia e   potrai comunicare chiaramente con loro. Gli animali, come le piante, se saprai capirli, ti si riveleranno   come un aiuto prezioso, figlio mio, e un giorno, forse fra le lacrime, tu capirai meglio quello che voglio dirti.

Tu sai che non sei mio figlio, ma io ti ho amato come se tu lo fossi… la casa, gli animali, i due garzoni, la terra intorno è tutta tua: difendila, questo è ciò che ti lascio, ma ho qualche cosa di più importante da dirti, da Guerriero indomito, guarda al Cielo.

Molti adorano gli animali, le piante, le pietre… ascolta figlio mio, loro sbagliano, esiste  Dio Uno; non ha volto; cercalo con tutto il tuo cuore e Lo troverai. Ascolta il battito e lo Troverai.

Adesso, anche se sei ancora molto giovane, è giunto il momento d’essere Uomo. Dio veglia su te, e anche la mia benedizione: ricorda, veglierò su di te oltre la durata del tempo fisico, ed un giorno capirai appieno anche questo.

Difendi i deboli, proteggi gli orfani, ospita gli stranieri; finché sta in tuo potere, vivi in pace con chi ti è accanto: ma non chiudere gli occhi di fronte all’ingiustizia.

Se fai questo, significa che hai trovato Dio e  la tua Radice sarà per sempre.

La realtà dell’essere umano, la comprenderai nello stesso momento, in cui troverai l’Energia di Dio vibrante in te.

Sii forte Antares: non sei solo”.

Il vecchio Andrion se n’andò così; con la serenità scolpita nel viso.

Antares pianse a lungo la morte dell’Uomo, che aveva sempre chiamato “Padre”, e, che, come tale, aveva sempre onorato.

Con la vita d’ogni giorno, gli aveva insegnato cosa significasse essere un Guerriero e come vivere da tale.

Forse non aveva capito tutte le cose dette dal morente, però, di certo, non avrebbe mai dimenticato quella sensazione di brivido, che aveva pervaso tutto il suo essere nell’ascoltare quelle parole.

“L’universo è un Organismo vivente, devo trovare in lui il mio posto” – si diceva Antares, guardando fiducioso le stelle.

Una notte, mentre era sdraiato sotto la solita quercia, successe qualche cosa d’inaspettato.

La foresta all’improvviso tacque; gli animali notturni, assieme al vento, non fecero più udire i loro respiri, lasciando così la Possibilità di Manifestazione ad un Silenzio profondo, strano, magico.

Una luna insolitamente piena, illuminava quasi a giorno la piccola vallata sottostante la quercia; poteva vedere chiaramente tutte le sporgenze rocciose, che lui conosceva una ad una.

Quella notte, come tante altre volte, accanto al cacciatore c’era il fido Bardon, l’inseparabile compagno.

Bardon lottava contro il lupo e lo vinceva facilmente; non aveva paura nemmeno dell’orso.

Il Giovane lo aveva avuto in dono, come cucciolo, da un Nomade, nei cui occhi scintillava il Fuoco perenne.

“L’animale, che ti do, ti sarà più fidato di un Uomo, ti amerà anche se non lo dovessi amare e veglierà su di te. Ti guiderà quando andrai verso Est ”

Due mani si strinsero saldamente a suggello ulteriore delle parole pronunciate dal Nomade. Un ultimo, profondo sguardo, poi lentamente il Nomade, con la bisaccia e l’arco, s’incamminò verso la Montagna Selvaggia.

Non si voltò più.

Antares lo seguì con lo sguardo, finché non scomparve alla sua vista.

Bardon annusava l’aria e guaiva in modo soffuso; sentiva qualche cosa di diverso nell’aria; scodinzolava tutto intorno al Giovane, che alla solita ora si alzò, per fare un giro d’ispezione. Quella sera la luna era veramente meravigliosa; non l’aveva mai vista così luminosa.

Ritornò a sdraiarsi sotto l’albero, gettandosi sulle spalle una pesante pelliccia. Voleva aspettare l’alba. La stanchezza si era dileguata, proprio come la neve, che si scioglie sotto la dolce carezza del sole. Avvertiva chiaramente un profumo indefinito di magia nell’aria: n’era certo.

” Luna piena! Può succedere di tutto, in una notte così ”; intanto guardava, con una certa tensione, le montagne alla sua sinistra.

Per la distanza di quattro giorni di cammino, a piedi, la zona era piuttosto sicura – così dicevano le testimonianze dei Guerrieri – ma poi cominciava il territorio impervio, che conduceva al Fiume Vorticoso.

Solo i più arditi potevano avventurarsi a caccia nel limitare di quelle selve cupe; ma solo i pazzi, dicevano gli anziani, osavano addentrarvisi in profondità.

” Nessuno torna di là! Agapon è partito da più di quindici giorni – si diceva Antares con tristezza – e il suo cane era stato trovato, pochi giorni fa’, da uno dei suoi due garzoni: la povera bestia aveva scavata negli occhi la disperazione della follia; non aveva neppure   la forza di guaire.

Presentava delle ustioni molto profonde, come se fosse passato attraverso una foresta in fiamme. Nessuno, però,   aveva avuto notizia   di un qualche incendio, né di una minima traccia di bagliori, o segnali di fumo; non erano stati avvistati animali in fuga.

Quelle orribili ustioni, da chi o da che, potevano essere state prodotte?

Quattro giorni addietro, la madre d’Agapon aveva avuto un sogno sconvolgente sul destino del proprio figlio.

Lo aveva visto rinchiuso in una specie di cristallo sferico, che si muoveva molto velocemente, lasciando una striscia di fuoco.

Era stata proprio questa scia, ad ustionare il povero cane, subito accorso in modo lesto in difesa del giovane padrone.

La donna si era svegliata di soprassalto, a quel punto del sogno, in preda ad una violenta agitazione e la sua preoccupazione non conosceva limite.

Agapon era l’ultimo maschio della Famiglia rimastole.

Altri due figli e il marito erano morti, alcuni anni prima in una tragica spedizione di caccia, sempre nelle Montagne Selvagge.

Erano stati assaliti da una torma di lupi, resi particolarmente pericolosi dalla fame, poiché l’inverno era stato di una rigidità senza precedenti.

La verità, però doveva essere un’altra e più tremenda.

Tre valenti Cacciatori-Guerrieri avrebbero potuto tenere testa ad un intero esercito di lupi affamati.

Qualcuno doveva avere gettato dei malefici contro quei guerrieri indomiti; nei pressi della piccola radura, nella quale erano state ritrovate solo le loro armi, c’erano diverse querce schiantate al suolo, come se fossero state sollevate di peso!

La quercia non é fuscello, che una bufera di vento possa scardinare così facilmente: e poi, ammettendo pure che si fosse trattato proprio di una bufera, come mai gli alberi erano stati schiantati solo in quel posto?

Chi o cosa poteva aver prodotto quell’opera di distruzione così tremenda? Certamente non i Giganti, che non possedevano una forza simile…”

Era da un po’ di tempo che ormai avvenivano fatti portentosi, difficili da spiegare. Tutto lasciava pensare all’esistenza di una Forza, che da qualche parte, stesse gettando scompiglio nella terra degli Uomini. Forse qualcuno stava ordendo qualche perfida trama a danno degli Uomini, ma chi e perché?

Molti Guerrieri erano scomparsi in modo strano, proprio com’era successo ai fratelli e al padre d’Agapon.

Dopo la sparizione di questi ultimi, per molti mesi non era successo niente di particolare, che potesse turbare la vita degli Uomini del villaggio; però poi all’improvviso, ricominciarono a scomparire, uno dopo l’altro, una decina di cacciatori: l’ultimo era stato proprio Agapon.

La madre del Guerriero sarebbe rimasta irrimediabilmente sola; senza alcuna posterità, non avrebbe potuto fare altro, secondo l’Uso recente, che lasciarsi morire di fame.

Se Agapon fosse veramente morto, da parte maschile, la sua famiglia si sarebbe estinta con lui; per tale motivo Antares, abbracciandola come se fosse sua madre, le aveva offerto, in umiltà totale, il proprio tetto e affetto filiale.

Questa speciale Adozione, avrebbe evitato alla donna quel destino ferreo. In ogni caso, ripeteva il giovane all’anziana, era ancora presto per preoccuparsi e non aveva senso pensare al peggio.

”Gli dei mandano avvertimenti, è vero, ma i sogni bisogna anche saperli interpretare” diceva Antares alla donna per sollevarla, ma dentro di sé   non poteva nascondersi una viva preoccupazione.

”E’ vero che i sogni vanno bene interpretati, ma se lasciano paure o sgomento, non promettono nulla di buono e forse provengono dall’oscuro Signore del Male; allora il presagio malefico non va’ sottovalutato…”

Gli occhi d’aquila del guerriero continuavano a scrutare a palmo a palmo tutto ciò che era intorno a lui; non udiva alcun rumore, la chiara luce della luna illuminava tutto come se fosse giorno, eppure lui si sentiva osservato.

I suoi sensi erano ben esercitati e poteva avvertire la presenza minacciosa dell’orso, ancor prima di avvertirne l’odore.

C’era qualche cosa nell’aria, che pur non turbandolo, tuttavia lo lasciava perplesso.

Interiormente avvertiva che qualche cosa si stava movendo attorno a lui, e pur restando perfettamente padrone di sé, percepiva un fortissimo   senso di pace penetrare in lui dall’esterno.

Scomparvero anche quei disordinati pensieri, che aveva avuto su Agapon.

Bardon era tranquillamente accovacciato ai suoi piedi.

Antares guardava ancora le stelle, quasi ne volesse decifrare i disegni, per intendere meglio il loro messaggio. ”Oh ! poterle chiamare per nome, per trovare il mio Nome impresso nel loro   segreto millenario, che, apparentemente impenetrabili custodiscono. L’Universo si lascia leggere – come un libro aperto – da chi ha vista ed udito attenti! Tendi la mano..! A volte sembrerebbe proprio che sia possibile coglierle, come se fossero fiori e…”

Ma ecco, che all’improvviso davanti a lui, si stagliò un’ombra.

Un Uomo, e non un perfido Gigante, era ora davanti ad Antares.

Sorridendo, questo gli pose tra le mani un cinto di cuoio finemente lavorato.

Il giovane Guerriero ebbe un tuffo al cuore, riconoscendo immediatamente la cintura d’Agapon, che aveva fatta lui stesso, come regalo, per l’amico.

Guardò l’altro con occhi accesi, pronto al peggio …ma la sua tensione si trasformò in gioia, come poté riconoscere, in modo immediato,   il Nomade, che gli era apparso qualche anno prima.

Il Nomade, con autorità, pose una mano sulle sue labbra: “Non parlare ed ascoltami bene. Una di queste notti tu marcerai verso Est. Il tuo amico vive: tu lo devi raggiungere.

Avrai a che fare con il Paese dei Giganti. Forse dovrai lottare contro di loro. Solo sii forte, Mani preziose saranno intorno a te. Il Fuoco ama i suoi figli. Lascia gli usi degli altri che non sanno: i vecchi dei sono ormai morti, perché superati.

Il Dio unico è Amore.

Osa il ” non osato ” e capirai.

Segui la striscia sottile di luce e contempla le vette sideree e solitarie. Salirai molto in alto: attento alla vertigine.

Il sentiero è quello, guardalo bene; non dire niente a nessuno”.

Antares si voltò e vide una stretta striscia luminosa, che si distendeva lungo le dolci colline, fino a prendere la via per la Montagna Selvaggia; vide strani boschi, popolati da animali a lui sconosciuti.

La striscia luminosa s’incamminava per la Montagna Selvaggia e si fermò nei pressi di una Capanna di Faggio. La direzione indicata era la stessa che aveva visto prendere al Nomade, quando questo, andandosene gli aveva lasciato Bardon cucciolo.

Quando si voltò per parlare al Nomade dallo sguardo di fuoco, si accorse che era scomparso. Vicino alle zampe del cane c’era una spada dall’impugnatura d’oro, che rifulgeva la luce della luna.

All’improvviso, proprio come si era allontanato, un sonno portentoso s’impossessò d’Antares, che reclinato il capo su di una roccia si addormentò profondamente. Bardon gironzolava un po’ attorno al padrone, ma poi finì per acquattarsi    silenzioso ai suoi piedi.

 

 

2 . Il Nomade 

 

“Antares corre. Ha fiutato il cervo. Corre veloce contro vento: nemmeno il minimo rumore esce dai piedi nudi, che, con destrezza, volano  sulle foglie secche. Rallenta la corsa: è giunto vicino ad un ruscello. Ora si ferma, incocca il dardo.

Si guarda attentamente intorno, ode   improvviso un piccolo rumore.

Tutti i muscoli e i nervi d’Antares sono ben tesi; ed ecco sbucare, da un cespuglio, il cervo dalle maestose corna.

La freccia, fulminea, trapassa il cuore dell’animale, che si accascia al suolo senza un gemito. Con pochi balzi  raggiunge la preda.

Sta per caricarla sulle spalle, quando istintivamente, fiutato il pericolo, si getta sulla sua destra, lasciando cadere l’animale. Rotolando sul terreno, avverte il sibilo di un’enorme lancia, che   passandogli  accanto s’infilza in terra.

Balzato in piedi, come una furia, si scaglia   sull’avversario, un enorme  Gigante della vallata.

Il Colosso, roteando minaccioso una spada enorme, cala un fulmineo fendente contro Antares.

Il colpo è evitato facilmente, grazie ad un’agilità superiore; colla  schivata passa al contrattacco, avventando la spada nella la gola del Gigante, che, colpito a morte, stramazza al suolo con un rantolo soffocato.

Recuperata rapidamente l’arma, decapita il mostro;  prontamente abbandona in modo veloce il posto. Sa bene che i Giganti non si spostano mai da soli.

Affannato per la corsa, giudicando di essere ormai in salvo, si ferma presso un ruscello per rinfrescarsi…”

Bardon, il fedele cane, lecca la faccia al suo padrone: è già l’alba. Antares apre gli occhi e si guarda intorno: i Giganti..! Ma no… era stato solo un sogno!”

I suoi Avi avevano lottato contro quella Razza, compiendo grandi imprese, che, durante le nottate di festa, erano rievocate, da focolare in focolare, dai trovatori.

C’era sempre stata guerra fra i Giganti della valle e gli Uomini della Montagna.

I Giganti erano creature enormi dotate di una forza mostruosa e la loro origine era avvolta da un profondo mistero.

Alcuni Uomini, fra i più saggi, conoscevano la verità  sull’origine e i destini dei loro nemici; Andrion era stato uno di questi pochi.

Sull’argomento, infatti, aveva raccontato molte cose ad Antares, che però non sempre riusciva a capire quello che l’Anziano voleva realmente dirgli.

Ciò che sconcertava ancora più il giovane, era il solito ritornello col quale Andrion finiva i suoi racconti: “Un giorno capirai tutto questo”.

I Giganti erano noti per i loro riti crudeli e solevano immolare esseri viventi ai loro dei deformi; non solo Uomini o Umanoidi, ma anche Giganti stessi. I loro dei immondi preferivano in sacrificio i piccoli.

La loro femmina era tenuta nella schiavitù più abbietta; non conoscendo il valore dell’Ospitalità, consideravano lo straniero come il più vile degli schiavi, privo di qualunque diritto alla vita; inoltre non si prendevano cura degli orfani né dei più deboli. Credevano solo nella violenza; e la Guerra, intesa come forza distruttiva, era considerata come l’unico modo per trattare gli altri; belve che vivevano solo per incutere terrore. Non facevano misericordia, né tanto meno ne chiedevano.

Amavano il possesso dell’oro e della terra altrui più ancora della loro vita; pur essendo grossi, e quindi avvantaggiati dalla mole, preferivano ordire inganni.

Erano combattenti molto pericolosi, da non sottovalutare. Non tenevano in nessun conto la parola data.

La guerra tra Uomini e Giganti era senza sosta e con vicende alterne; finché una volta questi ultimi sommersero gli Uomini, infliggendo loro una grave disfatta militare.

Fu proprio in quel tragico frangente, che fece la sua prima apparizione la sfolgorante Centuria della Spada d’Oro.

Essa era composta di valorosi Guerrieri dalla pelle abbronzata e dallo sguardo di fuoco.

Con pochi scontri frontali inflissero ingenti perdite ai Giganti, rendendo fiducia agli Uomini, che riorganizzarono, dai loro resti scomposti, un ultimo e disperato esercito.

Non c’era più niente da perdere, se non l’ultima cosa rimasta, la vita….

 

 

  1. La Capanna di Faggio, il Vegliardo e l’Arpa.

 

Il giovane, senza esitazione, si diresse verso quella abitazione, mentre nell’aria aleggiava l’Inesprimibile.

La porta era aperta; chiesto il permesso per  entrare, risolutamente entrò, dopo che una voce, dall’interno, aveva dato il consenso.

La porta dolcemente si richiuse dietro le sue spalle.

Alta, volava sopra la Capanna la superba aquila.

Antares dovette abituare i suoi occhi all’oscurità.

Avvertì una Presenza.

Guardando meglio, poté vedere seduto, su di una pelle d’orso, un Vecchio,  dai capelli del candore della neve.

Il Vecchio osservava il Giovane  tacendo.

Antares si inchinò davanti a lui, con riverenza e senza proferire parola; si sentì costretto a  distogliere   lo sguardo.

Con regalità, l’Anziano fece  cenno al giovane di sedersi su di un’altra pelle d’orso, posta alla destra della sua.

Istintivamente, Antares assunse una posizione simile a quella del Vecchio: gambe incrociate e busto eretto.

“Ben venuto, ti stavo aspettando.

Il tuo coraggio è pari al tuo amore per gli altri?

Non rispondere, adesso. Non voglio parole da te, ma fatti concreti.

Va a prendere Nerocrino e lascialo pascolare liberamente nella radura davanti alla casa.

Riposati anche tu, perché domani ti attende una giornata molto faticosa.

Sappilo, ti aspettano dure prove, se vuoi gustare il Frutto della Sapienza.

La Via, per giungere alla Verità, è Strada che chiede donazione totale all’Amore di Dio.

Essa è irta d’ostacoli; molti iniziano il cammino, ma pochi sono coloro che raggiungono la meta, però  La Verità si lascia trovare da chi La ama.

Ora fa ciò che ti ho detto”.

Antares si alzò prontamente: c’era Autorità nella voce del Vecchio,  non poteva  che  obbedire.

Prontamente Antares ripercorse la via già fatta; ubbidiente Nerocrino accorse al suo fischio. Nitrì gioiosamente al suo padrone.

Antares notò, con grande gioia, che il comportamento del cavallo, nei suoi confronti, era profondamente cambiato.

Nerocrino era sempre stato molto attaccato ad Antares, ma da quando Bardon se n’era andato, esso aveva rinunciato   alla propria Indipendenza.

Autonomia, invece, che aveva sempre mantenuto quasi gelosamente.

Nerocrino, fin da giovane puledro, era potente e dotato di velocità fulminea.

Andrion lo aveva vinto in una gara di coraggio alla fiera di Virton.

Il forte Guerriero riconobbe subito la nobiltà e indipendenza del  puledro, e non volle fargli mettere  né sella né finimenti.

Antares  per la sua folta criniera lo chiamò Nerocrino .

Solo lui poteva dargli da mangiare e se non c’era, il puledro si procurava da solo, ciò che gli occorreva per nutrirsi.

Quando il Giovane si era trovato nel bisogno, il cavallo si era sempre fatto trovare.

Con la scomparsa di Bardon, si erano avvicinati ancora di più.

La notte era volata veloce.

Poco dopo l’alba, un suono melodioso destò Antares.

Il Giovane si guardò intorno. Si trovava proprio nella Capanna di faggio, non era stato un sogno, dunque.

Seduto, ad una certa distanza da lui, c’era il Vecchio.

Con una agilità insospettata le dita dell’anziano estraevano dall’Arpa suoni armoniosi, il cui dolce timbro gli era completamente sconosciuto.

L’Anziano possedeva una tecnica di musica molto avanzata; non aveva mai ascoltato niente d’uguale.

Quel suono dolce, entrando  nel cuore d’Antares, s’aprì un varco profumato.

Il ritmo, lento, volteggiava nel più profondo del cuore, spandendo i suoi aromi  preziosi.

La sua anima si era elevata all’Altezza di quella musica ; rapita, danzava seguendone il ritmo; l’Anziano sembrava più un Incantatore, che un Musico.

Lentamente Antares si sollevava sul busto per assumere una posizione più comoda.

Quella musica aveva un valore magico; e lui se  la sentiva vivere dentro.

Qualche cosa cominciava a muoversi dentro.

Si sentiva come slegato dal suo corpo, come se, qualche cosa di suo, stesse entrando in un’altra dimensione.

Il fascino della musica divenne sempre più irresistibile, accattivante, finché all’improvviso, davanti agli occhi estasiati del Guerriero, comparve una Rosa.

” La Rosa è bianca e il Gambo verde si intreccia su di una Corona d’Oro a sette Stelle.

La Corona cinge un Cuore Vivente, trapassato da una Freccia nera : le Radici della Rosa si nutrono di quel Cuore.

La Rosa – come Cosa Una col Cuore, la Freccia e la Corona, ruota lievemente su se stessa, emanando raggi luminosissimi e profumi soavi”.

Gli occhi e tutti i sensi d’Antares si abbeverarono ai dolci effluvi del Fiore, mentre il respiro del giovane diveniva sempre più leggero, fino a divenire impercettibile.

Un senso di pace perfetta era emanata dall’Uomo, come uscito dalla dimensione corporale – temporale.

Irresistibilmente attratto da quella Rosa, intuì di esserne divenuto parte integrante.

Come fuso in lei si sentiva  un suo nuovo Petalo, dotato di una   Personalità distinta e  intatta; da Luce nella Luce, ma senza  annullarsi nella Luce.

Avvertì la netta sensazione di essere uscito dal proprio corpo per entrare, in modo armonico, nel Tutto divino.

Una mano premurosa si posò sulla sua spalla, mostrandogli una Città.

Giardini bellissimi tutt’intorno. Fiori odorosi dai colori dell’arcobaleno. Piante cariche di fiori odorosissimi.

Molti oggetti si muovevano a grande velocità; non riusciva a capire di cosa potesse trattarsi.

Giovani e bambini camminavano nudi, sorridendo ad Antares e al suo accompagnatore: una fanciulla bellissima, che  gli aveva posto una ghirlanda di fiori di campo sulla testa.

Più tardi Antares avrebbe scoperto che quella ragazza si chiamava Giuditta.

Anche Antares si accorse d’essere nudo, proprio come tutti gli altri.

Giuditta accarezzava castamente i capelli del Giovane :

“ Guarda, questa sarà la tua nuova casa, se solo  tu lo  vorrai” , nel dire questo nei suoi occhi brillava una luce luminosa, ineffabile.

”Benvenuto, è tua, se solo lo vuoi ”- disse un bellissimo giovane, prendendolo per mano, indicandogli una strana costruzione dai cristalli triangolari, che riflettevano la luce dell’Arcobaleno.

Antares, accompagnato da Giuditta, visitò la Città di Cristallo.

“La Città di Cristallo può essere vista da chiunque voglia vederla, eppure gli Uomini non la  vogliono cercare – spiega sorridendo Giuditta . Da noi    tutti lavorano felici e sono soddisfatti ”.

”Ma che posto   è  questo?” – si chiese trasognato Antares.

I colori delicati rifulgendo in ogni cosa, con le loro   sfumature,  producevano gioia nell’intimo di chi li percepiva.

C’era uno spirito di felicità nell’aria, di una  intensità molto forte, mai provata fino a quel momento.

La gente, lì, era veramente felice; gli sembrava di essere in quell’ambiente di Fiaba di cui gli aveva  parlato suo padre Andrion, e, lui da piccolino, lo ascoltava con la bocca spalancata, avido di sapere sempre di più nei confronti di quella Gente libera nello spirito, dove ognuno poteva fare quello che più preferiva, nel completo rispetto dell’altrui libertà.

Tutti salutavano Giuditta ed Antares quando questi passavano.

Un bambino piccolo, che, da poco aveva imparato a camminare, si mosse barcollante verso Antares, per dargli un gran bacino sulla guancia.

Il Guerriero si guardava intorno, profondamente commosso. Era davvero un posto meraviglioso; non aveva mai sentito così forte il desiderio di avere una vera Famiglia.

Andrion era stato più che un padre per lui e in piena coscienza non avrebbe potuto fare neppure un appunto al padrino; anzi eventuali  rimproveri, se li sarebbe dovuti fare da solo,  spesso si era dimostrato poco  rispettoso nei confronti del genitore.

Questo avveniva nei  momenti in cui Andrion gli parlava del Dio unico; non sempre Antares era stato disposto ad ascoltare, a causa della sua natura insofferente alla disciplina.

Avrebbe voluto ricordare, adesso, uno ad uno, i frequenti ammonimenti paterni.

Aveva sperimentato, che essi sgorgavano da un cuore puro, che era stato capace di conoscere la Verità.

Tutto lo stava spingendo verso la direzione in cui, fin dalla sua fanciullezza, lo voleva condurre il padre.

“Le esperienze, anche le più amare, possono tornarci utili, per farci comprendere, come la Verità , che così tanto lontano avevamo cercato, in realtà era vicina a noi molto più di quello che credevamo; sarebbe bastato aprire bene gli occhi su di noi stessi, piuttosto che cercare negli altri… ma ogni anima ha il suo corso; un fiore ha bisogno del tempo giusto per fiorire”.

Antares non aveva ancora finito di pensare queste cose, che sentendosi osservato si voltò.

Non molto lontano da dove era, nei pressi di un ponticello, sospeso sopra un torrente d’argento, che scrosciando sorrideva, poté riconoscere, in un bellissimo Giovane,  il padre Andrion, che  sotto il peso di una fascina di legna, lo guardava in modo gioviale.

Antares non lo aveva conosciuto da giovane, eppure era sicuro che quello fosse il Suo Sciamano.

La musica, dolcemente diminuì di ritmo; l’arpeggio lentamente, come se fosse stato un  sottile vapore di fumo, si sciolse nell’aria con lente volute, lasciando dietro di se una vaga traccia, che a poco a poco si dissolse, fino a spegnersi nella Nostalgia.

Antares rimase per un certo tempo, con la mano sollevata, come se stesse salutando qualcuno.

Ci fu come un momento di vuoto; poi, scopertosi  come appeso agli occhi del Vecchio, a poco a poco si accorse di essere seduto; solo dopo, gradatamente si ricordò di essere nell’abitazione del Venerando.

L’Anziano lo guardò serenamente.

“Il tuo Viaggio è finito, ritorna nel tuo Io sensibile”, disse il Vegliardo.

Le parole di autorità del Vecchio, riportarono Antares alla riscoperta del suo corpo.

Ora l’arpa era appoggiata per terra.

Il Giovane poté vederla per bene. Era d’oro, e recava le stesse incisioni  viste sulla lama della spada e del pugnale; tra quelle, signoreggiavano, al centro  i Simboli della Freccia, del Cuore , della Corona e della Rosa.

L’Anziano, intuendo le numerose domande di Antares, guardandolo, si limitò a sorridergli.

Il Giovane si sentì di nuovo come risucchiato dagli occhi profondi del Vegliardo; si scoprì  immerso in uno sguardo di Fuoco.

Era come se l’anima di Antares fosse stata aspirata da quella del Venerabile.

L’Anziano stava leggendo nel cuore del giovane, come se  fosse  un libro aperto.

Antares, anche se a fatica, cercava di rientrare in una   dimensione di “normalità”. Cosa che gli fu tutt’altro che facile, a causa dei portentosi eventi accadutogli.

“Adesso, vai a tagliare la legna per il fuoco e metti in ordine la casa, perché c’è molta confusione”.

Passavano coi giorni, i mesi; e Antares viveva come un garzone nella Capanna del Saggio

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